lunedì 3 novembre 2014

L'odor del gelsomino egeo di Helene Paraskeva (La Vita Felice)



“Nata ad Atene ma da tempo residente a Roma, dopo percorsi di vita e lavoro che l’hanno portata anche in Gran Bretagna, e insomma a vivere una vera Europa moderna fatta di intrecci linguistici e progetti interculturali, Helene adempie a quel difficile monito leopardiano di non eccedere e forse armonizzare sia l’immaginativo che il sentimentale, donandoci finalmente, dopo tanta retorica fra contemporaneità e impegno, un piglio vero, sano: un gesto poetico che resta sempre fervido e fiero ma mai del tutto arreso agli invisibili «buchi neri», insieme, della Storia e della cronaca, dei nostri sogni e della nostra coscienza. Autrice eclettica e originale, sussurra enigmi antichi, tramanda ironie cosmogoniche, smitizza i miti che pure ci allattarono, snuda gli archetipi che profondi ci edificano e continuamente aggiorna il Moderno con tutti gli impacci e gli impicci della sua (nostra) difficile democrazia di valori, lieta ed ardua allo stesso modo, urticante e accogliente. La sua poesia ha tempra e brio, garbo e costanza, poesia sempre libera e laboriosamente in viaggio tra luoghi e lingue, Storia e cronaca, popoli e ideali, eventi ed avventi. Poesia lucida e temprata, decrittata e alchemica ma per fortuna anche duttile, a tratti autoironica, insomma, al contempo, deliziosa e severa, caustica e divertita, intensa e scanzonata, combattente per il bene e il bello che non hanno frontiere, e si immaiuscolano solo dopo il giusto merito, le accertate virtù. Helene ci insegna a perfezione, passo dopo passo, pellegrinando lungo la via e il destino della saggezza, che ogni lingua confina e sconfina nell’altra. Soldatessa d’ossimori, Helene imbriglia ombre, dipinge storie e romanza quadri, incornicia destini col dono smagato del disincanto.” (dalla prefazione di Plinio Perilli)

Monta in queste pagine, con una sorta di spensierata rassegnazione, il disincanto su un mondo in preda al nonsense delle guerre, mentre dilegua perfino la speranza che abbia senso l’amore, declinato nelle scene della sua bizzarria, nel suo sapore di disillusione; l’essenza dell’umano forse salvandosi solo nella preghiera finale, rivolta ad una morbida-benevola musa del femminile. Una scrittura questa di forte autenticità, di necessaria contestazione del buio che assedia, capace di imporsi nei vasti e spesso nebbiosi territori della poesia.” (dalla postfazione di Annamaria Ferramosca)

Nessun commento:

Posta un commento